Perché ho creato Nagi
Ho 42 anni. Programmatore, freelance, imprenditore da 23 anni. Ho provato a fare il dipendente, anche il CTO — ma dentro schemi che non erano i miei non riuscivo a dare il meglio.
L'università l'ho lasciata: la trovavo noiosa, molte cose le sapevo già. Passavo le notti sveglio fino alle 3, alle 5, alle 6 del mattino, e alle 8 ero in aula a seguire lezioni che non mi davano nulla. Non era pigrizia: il mio motore girava a un altro ritmo.
Per anni ho rincorso sfide sempre più grandi — progetti, idee, cariche pubbliche, ventidue ore al giorno. Finché è arrivato il primo crollo. Da un giorno all'altro, tutto è diventato un foglio bianco. Ho chiesto aiuto. Poi il Covid, chiuso in casa: per assurdo, un po' di respiro. Ma il resto restava difficile.
Gli anni passano, il lavoro riprende, esplode di nuovo. E arriva il secondo crollo — peggiore, forse perché il primo non era mai guarito davvero. Terapia, cure, una professionista che mi seguiva. Andava meglio. Eppure la mente non si fermava: girava a mille, il sonno mancava sempre. Di giorno stanco, di notte iperattivo, a scrivere codice e consegne in tempi che nessuno teneva. La soddisfazione c'era. Il sonno no.
Una mattina, tornando da un lavoro, è successa la cosa peggiore: mi sono addormentato in auto. Mi ha svegliato il suono della fiancata contro un camion, in superstrada. L'auto distrutta, io — per fortuna — illeso.
L'auto dopo l'incidente. Ironia della sorte: è un'auto elettrica — proprio come me.
Per giorni ho pensato una cosa sola: funziono male.
Non vado a benzina, vado a elettricità.
E invece no. Mi è tornata in mente una delle mie figlie, oggi alle superiori: dorme poco, è sempre in movimento — ma quando qualcosa la accende dice «mi sento potentissima». E ho capito. Non funziono male: funziono benissimo, solo non come un algoritmo «normale». Non vado a benzina, vado a elettricità. Lavoro a picchi e mi ricarico a modo mio — non due minuti al distributore. In iperfocus, in un'ora faccio quello che altri non fanno in una settimana. Questa è sempre stata la mia forza. E la loro.
Ma so dove porta, se nessuno ti aiuta a gestirla: ci ho sbattuto due volte. Le aziende perdono miliardi ogni anno perché le persone si esauriscono. Ci chiamano pigri — a volte è vero, ci blocchiamo sulle cose noiose e ripetitive. Non è pigrizia: è un altro modo di consumare e ricaricare energie.
Da qui sono nati gli studi, le analisi, l'idea. All'inizio si chiamava CoMind — freddo, già usato, parlava d'altro. Poi ho unito la passione che io e le mie figlie condividiamo: la cultura giapponese, l'arte, il disegno, la calma. Ed è uscito, dal nulla, Nagi: la calma. La nostra calma — diversa da quella che tutti si aspettano.
Non siamo sbagliati. Lavoriamo in modo diverso. Non voglio che le mie figlie arrivino dove sono arrivato io: possono fare molto di più, ma con il loro ritmo. E serve qualcuno che le aiuti — loro, e tutti gli altri, neurodivergenti e non.
Oggi Nagi lo uso io, ogni giorno: sul pc di lavoro, sul telefono, sul tablet. Dati miei, privacy totale. Alcune cose vanno meglio, altre sono da migliorare — e le miglioriamo.
Il burnout l'ho vissuto due volte. Non lo auguro a nessuno. Nagi è la mia risposta: a voi, alle mie ragazze, alle persone a cui voglio bene.
— Giandiego Amira, fondatore di Nagi
Se stai attraversando un momento difficile, parlarne con un professionista è un atto di forza. In Italia puoi contattare il Telefono Amico (02 2327 2327).